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Sette volte bosco,/ sette volte prato,/ tutto tornerà/ come era
stato.
Prima era la selva. Poi la specie delluomo si fece spazio dentro
di essa.
Cominciò nella sua preistoria ad allargare le poche radure dellenorme
foresta che copriva lemisfero boreale, coltivando, disboscando,
costruendo. Sta ancora continuando In tutto questo tempo un dialogo non
si è mai interrotto, quello fra gli uomini e le piante, ed ha prodotto
mille immagini e mille nomi.
Questa
è la storia che Sette volte bosco, sette volte prato
ripercorre, seguendo il mutare della relazione fra la nostra specie e
quegli spiriti degli alberi che vengono prima di ogni religione, e che
si sono poi evoluti, assieme con luomo, e si sono prima trasformati
negli dei silvani e agresti dellantichità classica, e poi,
avanti avanti, si sono fusi con i santi e i riti del cristianesimo medioevale
o sono fuggiti nelle selve come esseri diabolici o fatati, consiglieri
di quelle streghe che creando filtri derbe crearono anche la base
della moderna medicina
E poi ancora, avanti avanti, sono sembrati scomparire del tutto, quando
luomo non ha più visto in un bosco che una certa cubatura
di legname e in un campo un certo peso di grano sterile.
E ancora sembrano tornare sotto altra forma, forse oggi, in cui la natura
e la cultura si sono fuse in un groviglio inestricabile e la scienza,
la filosofia e il nostro desiderio ci aprono una diversa (più antica?)
visione degli esseri non umani viventi intorno a noi, spingendoci a cercare
con loro una nuova connessione.
Ma
a questa storia se ne intreccia unaltra, quella del dialogo personale
fra unattrice giardiniera e le sue piante, intorno a quella casa
degli alfieri rinata da un rudere coperto di rovi e viti
inselvatichite sul cocuzzolo di una collina del Monferrato; ed è
costellata di mille scoperte, da quella che sapere i nomi vuol dire vedere
a quella di quanto è lungo il tempo.
E il racconto diventa incontro fra gli spettatori seduti attorno ad un
grande tavolo rotondo e le piante che entrano in scena con le loro forme
e i loro profumi fino a comporre un piccolo giardino, fra un ballo dionisiaco
e un rap per linizio di primavera, un "canto dei
nomi delle erbe" al suono del trombone e una "danza del rovo"
accompagnata dal basso tuba, antichi riti che potrebbero essere moderne
pratiche di coltura, miti ancestrali, vecchie storie popolari e nuove
leggende newyorkesi.
Giampiero Malfatto crea l'ambiente con la sua musica che si fa a sua volta
narrazione, seguendo un originale percorso che rielabora suoni naturali
ed echi jazz, musiche popolari e suggestioni strawinskyiane, unendo creatività
e tecnica raffinata nell'uso del suo trombone e dei cento strumenti che
lo accompagnano, dal flauto di Pan al battito dei piedi.
Per largomento e le modalità di
rappresentazione,
questo spettacolo-incontro può essere interessante
non solo allinterno di una programmazione puramente teatrale,
ma anche in tutte le situazioni centrate
sul rapporto con la natura. |