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e con Lorenza Zambon musica dal vivo di Carlo Actis Dato e Gianpiero Malfatto in collaborazione con Festival della Biodiversità del Parco Nord di Milano |
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Chissà
perché quando entriamo in una foresta abbiamo netta la sensazione
di entrare, appunto, in un dentro, e invece la parola “foresta”
vuol dire” fuori” ? La voce comincia ad innalzarsi per frammenti, suggestioni, un avvicinamento per piccoli passi. Emergono immagini brevi che vengono da boschi molto lontani : certi piccoli riquadri di foresta circondati da muri di pietra, in India, dove gli umani non entrano mai, se non una sola volta l’anno, a riverire i serpenti ; certi musicisti che hanno registrato la foresta pluviale ininterrottamente per ventiquattro’ore , con tutti i suoi versi e i suoi canti, e hanno scoperto che con incredibile precisione tutto si compone in un’unica partitura ….E da lì i toni cominciano a virare, si alternano fra narrazione e “canto”, e intanto la parola Sylva entra in risonanza con altre: selvatico, per esempio, perché un corpo di donna in contatto fisico, intimo con la selva percepisce cose che tutti noi abbiamo dimenticato e si apre alla meraviglia di scoprire che saremo selvatici per sempre … Oppure, un'altra parola : sacro, quello strano senso di sacro, primigenio, che ci può assalire in una foresta, anche se siamo uomini di oggi, anche se siamo laici; qualcosa che di sicuro viene prima ed è fuori da ogni religione. Riecheggiano in sottofondo lontane ispirazioni, voci diversissime fra loro: Gary Snyder il grande poeta americano della wilderness maestro nella “pratica del selvatico” , Baudelaire, Rigoni Stern …. E
anche ci si rivolge direttamente al pubblico, confidenzialmente , si ragiona
su certi equivoci, su certe banalità del nostro sapere comune …
“qui da noi le foreste si ritirano sempre di più, stanno
scomparendo” … E invece no, lo dicono i forestali e anche
i satelliti: in Italia oggi i boschi stanno ritornando, velocissimi, nei
pascoli e nelle campagne abbandonate, più di un terzo della superficie
d’Italia è coperta da boschi … Certo, c’è
foresta e foresta: fra un incolto in crescita e una foresta vetusta ci
sono varie differenze biologiche ed ecologiche, naturalmente, ma non solo;
anzi probabilmente la differenza più forte è forse immateriale
e risiede in qualcosa di profondo dentro tutti noi, tutti noi esseri di
diverse specie. E il percorso di Sylva procede, avanza in profondità, emerge la sensazione di essere sempre più vicini a qualcosa che è là , immobile, di fronte a noi. E ci sta attendendo. Un luogo che rappresenta l’altra faccia della civiltà, un altro mondo dove possiamo riconoscere quella parte di noi che la pratica sociale tende a farci dimenticare, un radicale “altrove” che ci ammutolisce ma insieme ci fa sentire così profondamente, così misteriosamente a casa E allora ci si ferma sospesi “sulle soglie del bosco” per scoprire che anche nella nostra antichissima Italia, così densa di opere umane, ci sono “luoghi che sono come porte” …. E poi basta un passo e, insieme, si entra dentro, proprio dentro la Grande Foresta. Si segue una musica che respira piano e la voce che racconta l’incontro fisico e personale, folgorante, con un vera foresta millenaria . E si scopre che la foresta è una forma di pensiero, anzi è stata il paesaggio che ha dato forma al nostro pensiero, nella notte dei tempi, e ancora oggi, guardando bene, con tutto il corpo, può dar forma più profonda, più felice, al nostro pensiero sulla vita. E le parole mutano ancora , materiali e liriche nello stesso tempo, nel momento culmine di questo spettacolo omaggio alla selva , in un canto che forse è uno dei momenti più maturi di una lunga pratica del teatro e della natura. |
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